L’annuncio della Nasa è di quelli che non passano inosservati: scoperta dal rover marziano Perseverance una potenziale biofirma. Vanno dette subito due cose. Primo, di “potenziali biofirme” su Marte se ne erano già trovate, la più recente è notizia di appena qualche giorno fa. Secondo, non ci si può stancare di ripetere quanto in tutti questi annunci l’aggettivo potenziale sia importante, nel senso che la presenza della biofirma che ora vedremo potrebbe avere spiegazioni che con la vita non hanno nulla a che fare. Essere, insomma, di origine abiotica.
Fatte queste necessarie premesse, veniamo alla scoperta, pubblicata ieri su Nature da un team di scienziati di Perseverance guidato da Joel Hurowitz, della Stony Brook University, del quale fa parte anche Teresa Fornaro dell’Inaf. Gli autori dello studio hanno condotto un’analisi dettagliata di un campione, al quale hanno dato il nome di Sapphire Canyon, prelevato lo scorso anno da Perseverance da una roccia, denominata Cheyava Falls, nella quale il rover si era imbattuto mentre esplorava la formazione Bright Angel, una serie di affioramenti rocciosi sui bordi settentrionali e meridionali della Neretva Vallis, un’antica valle fluviale larga circa 400 metri scavata dall’acqua che in epoche remote si riversava nel cratere Jezero.
L’analisi – condotta in situ con gli strumenti a bordo di Perseverance, in particolare Pixl e Sherloc – ha consentito d’identificare, in alcune chiazze colorate presenti sulla roccia, la firma di due minerali ricchi di ferro: la vivianite e la greigite. Due minerali che subito fanno rizzare le antenne degli astrobiologi. La vivianite, infatti, si trova spesso sulla Terra nei sedimenti, nelle torbiere e intorno alla materia organica in decomposizione. Allo stesso modo, alcune forme di vita microbica, qui sul nostro pianeta, possono produrre greigite. Ulteriori analisi hanno poi mostrato che anche su Marte questi minerali sono concentrati in zone specifiche e non sono distribuiti uniformemente nella roccia argillosa. In particolare, la loro presenza insieme a materiale organico in un contesto sedimentario fa sì che possano essere considerati potenziali biosignature – potenziali biofirme, appunto.
Per riuscire un giorno a sbarazzarsi di quel potenziale farebbe certo comodo poter analizzare i campioni in un laboratorio qui sulla Terra. Ma per questo l’attesa si prospetta piuttosto lunga, soprattutto ora che la missione Mars Sample Return è in bilico a causa dei possibili tagli al budget della Nasa.
Fonte: Media INAF

